Con questo titolo un po’ provocatorio, volevo sottoporre un punto di vista e alcune considerazioni personali che penso possano essere utili a capire che c’è un “altro lato della medaglia” nel promuovere centri di formazione universitari nella nostra provincia.
Non voglio criticare ne sminuire l’impegno e il lavoro svolto in questi ultimi anni nei confronti di chi si è battuto e impegnato nel far nascere centri “universitari in provincia”, voglio pensare e credere che le loro intenzioni siano le migliori e l’obiettivo quello di valorizzare e dare maggiori possibilità alle nostra provincia, purtroppo quello che penso è che si stia ottenendo l’effetto contrario.
Partiamo dal punto di vista dello studente. La maggioranza degli studenti bellunesi ha frequentato le superiori sotto casa, frequenta quindi la scuola rientrando a casa ogni sera, certo vi sono studenti che rimangono fuori di casa tutta la settimana (studenti del Comelico che frequentano a Belluno o gli studenti dello ski-college di Falcade e altri casi) ma sono in misura minore.
L’università è una esperienza di vita oltre che formativa essere “costretti” a trasferisti temporaneamente in una città come Padova, Venezia, Bologna o Milano per frequentare un corso di 3/5 anni, significa confrontarsi con una realtà diversa da quella Bellunese, significa cresce e apprendere non solo dai corsi ma anche dal confronto con persone che difficilmente saranno i tuoi ex. compagni delle superiori…
Significa imparare a darsi da fare, intraprendere e essere a contatto con realtà extra-universitarie che a Belluno non ci sono. Significa trovare la propria strada.
Vedo in modo positivo la proposta di rendere obbligatorio un anno di università all’estero. Questa è la direzione da seguire. Creando università a Belluno (o Feltre) si fa un danno allo studente Bellunese che di fronte a una scelta (talvolta condizionata da famiglia e amici) può trovare appetibile frequentare “vicino a casa” piuttosto che recarsi in atenei più noti e importanti. Peccato che poi l’università sotto casa magari restituisca una formazione scadente perché non vi si trovano insegnanti illuminati, perché è una sede staccata e non è dotata di strutture adeguate etc. Per quanto ci si sforzi è normale e comprensibile che non si possano fare investimenti in questo senso in provincie scarsamente popolate e di montagna. Quando poi il nostro studente si è laureato al colloquio di lavoro dirà di essere laureato a Feltre, il suo l’interlocutore chiederà: Feltre?!?!?! Solo a quel punto capirà di aver buttato via anni preziosi.
Vogliamo dare una mano ai nostri studenti? Mandiamoli a studiare in atenei rinomati che per fortuna non mancano in Italia, poi molti di loro ritorneranno in provincia laureati e entrati nel modo del lavoro creeranno nuove attività innovative, porteranno freschezza di idee alle aziende è questo valorizzerà la nostra provincia. Solo così avremmo uno scambio culturale positivo e utile. Dall’altro lato, abbiamo una provincia di montagna e vogliamo che significhi qualcosa culturalmente? Bene, creiamo strutture che possano ospitare campus, convegni e centri di eccellenza, la nostra provincia potrà essere appetibile a questi settori, nessuno verrà a Belluno per frequentare l’università, non speriamoci, ma da tutto il mondo potranno recarsi a 2000 metri in una struttura per seguire un convegno internazionale o un campus di due settimane.
Alessandro De Zorzi